
Il capitano Hijikata (Beat Takeshi) recide con un sol colpo di spada un rigoglioso ciliegio in fiore, solitario sprazzo di luce fra nebbie tentacolari che rendono ancor più cupo un paesaggio livido, catacombale: alle sue spalle un altro ufficiale dello Shinsengumi sta uccidendo Sozaburo Kano, il giovane allievo “troppo bello per continuare a vivere”. Con questo messaggio di morte, con questa immagine astratta e proprio per questo assoluta, si chiude Gohatto, il film che ha visto il ritorno sulle scene internazionali di Nagisha Oshima, dopo 13 anni di silenzio coatto.
Fedele alla propria fama di feroce critico delle impalcature su cui si regge la cultura giapponese, Oshima con Gohatto affonda il proprio lucidissimo sguardo sulla Storia, dimostrando per l’ennesima volta che
(a dimostrazione che, se la letteratura latita fra i banchetti impolverati dell'editoria paludata, svetta orgogliosa fra i marosi della Blogosfera, pubblica una deliziosa nota del grande Paolo Melissi, Situazionista e Gran Burattinaio)

(stamattina, sulla mia pagina di Facebook, ho scritto una nota che riporto anche qui: se avrete il buon cuore di leggerla, comprenderete il perchè)

Amici tutti, bando ai bizantinismi. Ma non vi siete rotti gli zebedei? Dalle note, dagli status, si direbbe di sì…però siam qui, tutti (io in primis, sia chiaro!) ad affilar i nostri coltellini, in attesa che il Pendolo di FB non ci falcidi, come in una parodia di Poe…Lo ammetto, son entrato qui armato dalla mia atavica curiosità, e ringrazio colei che mi ha convinto ad entrare in FB, luogo ove, attraverso la magia della Parola, ho conosciuto persone meravigliose di cui non potrei più fare a meno. Mi son persino sposato. Son belle cose. Ora però vengo sorpreso da frequenti attacchi di panico che neppure il Quarto Canone di Pachelbel riesce a sedare. Madame Impotenza mi artiglia il collo con le sue dita ossute: sì, amici, ho sempre più la sensazione che la Rete sia uno strumento fondamentale nell’Oggi, in questo Oggi putrescente. Ma che noi si debba un poco riscrivere le regole del gioco: se continuiam ad affilar coltellini, si finirà a pettinar bambole come allegre comari di Windsurf, sperdute fra i marosi della Rete… Facciamo il possibile per “bloggizzare” FB, per tramutarla in un vibrante gioco escheriano con mille pertugi segreti che si spalancan su Meraviglie…E impegnamoci a rinverdire l’Epoca dei Blog, attualmente in coma vigile…E poi, soprattutto abbracciamoci e facciam sentir la nostra voce: non è più tempo di salir sulla Colonna di San Simeone Stilita. Innalziamoci col bioplano della Conoscenza, dimenticandoci dei volantinaggi aerei del Vate, ma recuperando lo sberleffo surrealista, i tricchebalacche Dada. Seppelliamo le Prefiche del Tubo Catodico e i lecchini di Papi Satan col suono delle Nostre risate. Il Sistema ha voluto tramutare gli italiani, nel popolo più grigio e triste d’Europa. Dimostriamogli che c’è ancora chi conosce il valore “terroristico” di una risata. (nella foto: Benjamion Péret offende gratuitamente un prete. Fu grazie a questa immagine che Bunuel decise di entrare fra i Surrealisti)

Strano soggetto Barbet Schroeder: nato a Teheran, dopo un esordio cinematografico “arty” (con la benedizione di Jean Luc Godard), egli ha condotto una carriera a fasi alterne nel cuore di Hollywood, rimanendo comunque sempre fedele al proprio registro freddo, distaccato, nell’impietosa analisi di una varia (dis)umanità: si pensi a Il mistero Von Bulow o al più recente Prima e dopo. Ma se, negli annali di storia del cinema, si dovesse ricordare Schroeder per una sola opera, questa dovrebbe essere La Vergine dei sicari. Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico dello scrittore colombiano Fernando Vallejo, il film è stato girato (in digitale) nella capitale colombiana della droga in uno scenario allucinante: decine di guardie del corpo, una finta troupe creata con l’unico scopo di depistare gli sgherri dei boss, il furgone usato per le riprese costantemente protetto da motociclisti armati…Già questa necessità, quest’urgenza di raccontare affondando le mani nella melma del Reale, farebbe assurgere di diritto Schroeder nell’esigua lista dei grandi, talmente innamorati della propria idea di cinema da rasentare l’incoscienza. Ma poi c’è il film. E che film. Le Line Sotis della carta stampata si son sbracciate nel tentativo di infangare La Vergine dei sicari chiocciando di “gratuito nichilismo” o, meglio ancora, di “fascismo saccente”…Il lucido, impietoso, J’accuse di Vallejo (perfettamente incarnato dall’attore di teatro German Jaramillo) va ben oltre gli ammuffiti steccati della politica (ma questo certe critichesse non lo capiranno mai): il protagonista di questo capolavoro d’atroce bellezza è l’arbiter estremo che, presa coscienza dell’ineluttabile trionfo del Male- in un senso bressoniano- si condanna ad un viaggio al termine della notte al fine di perdersi toccando con mano l’Apocalisse. Pura, lancinante, cupio dissolvi a cui fa eco l’insostenibile “silenzio di Dio” che pervade l’intera pellicola. Dimenticate l’edizione italiana della BIM, squallidamente epurata nei dialoghi.

The Hand of Night (1966- Inghilterra, Marocco) Reg. Fredric Goode; Cast: William Sylvester, Diane Clare, Alizia Gur. Curioso “mix” gotico. Dopo la morte accidentale della sua famiglia, Paul Carver è spinto in Marocco da un desiderio di morte. Qui resta affascinato dai Servi della Notte, una setta dedita al culto dei morti, capeggiata da una bellissima principessa ceh vuole impossessarsi della sua anima. Questi fanatici, ovvio, sono vampiri, e, anche se non possiedono canini appuntiti, non si riflettono negli specchi e possono essere uccisi con un paletto di frassino nel cuore. Goode, il regista, dona al film una affascinante atmosfera onirica, sfruttando al meglio le lande desertiche del Marocco.
El Imperio de Dracula (Messico- 1966) Reg. Federico Curiel; Cast: Lucha Villa, Eric Del Castillo. Primo horror messicano a colori. Un ragazzo viene inviato dalla madre morente nel maniero Draculstein (è il cinema…) per vendicar la morte del padre, ucciso dal Conte…Nel pacchetto si trova pure una vampira scosciata ed un servo deforme di nome Igor.
Incubus (1965) Reg.: Leslie Stevens; Cast: William Shatner, Allyson Ames, Eloise Hart, Milos Milos (Milosevic). Una rarità assoluta con al centro il Capitano Kirk, il mitico William Shatner! Qui è un ragazzone tentato da un insinuante “Succubus” (la Ames), mentre la di lui sorella deve far i conti con un inquietante “Incubus” (Milos). Scritto e diretto dal creatore dello show televisivo “The Outer Limits”, questo film è letteralmente scomparso perché interamente recitato in Esperanto! Milos Milosevic successivamente uccise la propria amante, Barbara Rooney (moglie di Mickey) per poi suicidarsi.
(poesia scritta da quel genio della Signorina Mangino Brioches, meraviglia della Blogosfera e dolce metà del Conte)

(dopo l'agghiacciante episodio di Napoli, ove una ragazza rischia di perdere un occhio per aver difeso un amico, il Teatrino annuncia una stagione di orgoglio omosessuale. Vergognamoci dei mostri che abbiam partorito)

Vi sono film che vengono segnati dall’inesorabile trascorrere degli anni, ed altri che, al contrario, resistono immutabili alle insidie del tempo: La patata bollente appartiene a questa seconda categoria. Anzi. Sdoganata dal successo internazionale de Il vizietto e partorita nel 1979, cioè nella fase terminale della grande commedia “atellana” (di lì a poco sventrata dalle prefiche del Tubo Catodico), quest’opera di Steno avrebbe potuto aprire la strada ad una nuova idea di cinema popolare: raramente, infatti, i funambolici equivoci della pochade si erano plasmati con tal grazia e coerenza ad un discorso- perché no?- “politico”.
E’ facile immaginare che alla sua uscita La patata bollente sia stato accolto male dalla folla di spettatori attratti da quel “bamba” del Pozzetto o dalle butirrose forme della Fenech: sì, perché Steno (ed il suo sceneggiatore Giorgio Arlorio) assestano una discreta serie di “ganci” allo stomaco dell’immaginario collettivo. Nonostante il film non lesini sui più vetusti cliché, col solito rosario di caratteristi scheccanti (fra cui va segnalato un godibilissimo “cameo” di Umberto Raho), La patata bollente ha un paio di assi nella manica. In primis: il “diverso” è Massimo Ranieri. Non il mellifluo Carlo Caracciolo, non il petulante Lucio Flauto. Massimo Ranieri, cioè il brigadiere Salvo d’Aquisto, per il pubblico della domenica. Parbleu, direbbero i francesi. Ed inoltre: l’operaio (non l’antiquario, non l’architetto) Mambelli è fin da subito attratto dal gracile, dolce, Claudio, dal suo mondo, e molto probabilmente dall’orgoglio con cui porta il proprio fardello, senza l’ausilio di scudi teorici. Ma sulla propria pelle. Viva.
Ed ecco che il ballo “cheek to cheek” (“tango languido sia/ contro l’ipocrisia/ dar scandalo è l’unica via”) durante i festeggiamenti del Primo Maggio assume le sfumature del colpo di genio.

Luci basse, aria dimessa da teatrucolo parrocchiale dopo le prove. Una mummia da Bagaglino ammicca lasciva a ciò che rimane di Frattini: “Com’è che si chiama quella là? La Pavlova…” Il Ministro dei Temporali bulgaro, sorride imbarazzato, e ammicca a sua volta, forse per scantonar calcinacci di fondotinta e di bava…E la Mummia, inchiodata nella sua chirirgica mediocrità, “Il problema è che la Pavlova ha un figlia stupenda…E sai la mia passione per le minorenni”…Esorcismo finale con risata collettiva, non si sa se da osteria, o da Morgue. Ultima (?) puntata in eurovisione della più patetica pantomima della Storia d’Italia: segno incontrovertibile di una decadenza che ci fa rimpiangere il diperante impero di Giulio Nepote… Epppure, eppure: è la più cupa delle profezie che si concretizza: chi non ha storto il naso dinanzi alle atroci barzellette recitate da Aldo Valletti in “Salò” tra una deflorazione ed una performance coprofaga? Chi non è rimasto turbato dinanzi all’ossimorica ironia del capolavoro pasoliniano. E se lo rivedessimo oggi, che siam tutti vergini da mattatoio, in un salotto catodico con i marmi mal scrostati?

Casalinghe disperate tutte: scoprite anche voi gli adorabili stuzzichini che han reso celebri le sardanapalesche cene di Villa Certosa! Per i più esigenti e raffinati si consiglia sempre un cincinino di olio di ricino.

Il Ministro Brambilla, a Lecco, per i festeggiamenti del 2 giugno: che diran ora la suddetta e il su' babbo? Che indicavano ai bimbi il passaggio nel cielo di Gundam? Chi, come me, è indignato, diffonda questa foto.m Non è più tempo di nascondere la testa sotto la sabbia.